Immagina una stella così colossale da sfidare l'immaginazione umana: Stephenson 2-18, un behemoth cremisi che si nasconde nelle profondità della nostra galassia. Se questo ipergigante rosso scambiasse improvvisamente posto con il nostro Sole, la sua superficie gonfiata si estenderebbe ben oltre l'orbita di Saturno, inghiottendo Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove e arrivando ancora in profondità nel regno del gigante anellato. L'intero sistema solare interno scomparirebbe completamente nel suo abbraccio soffocante. La luce stessa fatica a attraversare questo mostro: un singolo fotone avrebbe bisogno di oltre otto ore per strisciare da un bordo del suo diametro all'altro. In confronto, il nostro Sole—già un peso massimo—si riduce a un misero punto, una semplice particella di polvere accanto a questo titano cosmico. Annidato a circa 19.000 anni luce di distanza nella costellazione dello Scutum, Stephenson 2-18 sta correndo verso il suo drammatico finale. In termini astronomici, la sua vita è quasi esaurita. Presto—su scale temporali cosmiche—probabilmente esploderà in una catastrofica supernova, o forse collasserà direttamente in un buco nero senza nemmeno un lampo. Questa singola stella spinge i limiti della fisica stellare, sfidando i nostri modelli e servendo come un monumento umile agli estremi selvaggi dell'universo: scale così vaste, forze così spietate, che fanno sembrare il nostro intero sistema solare un sussurro fugace in un ruggito infinito.